Il dilemma tra mantenimento e accensione intermittente
Determinare se conviene tenere i termosifoni sempre accesi o se sia preferibile accenderli solo al bisogno rappresenta una delle sfide principali per chi cerca di ottimizzare le spese domestiche. La risposta non è univoca, poiché dipende strettamente da variabili strutturali come il grado di isolamento dell'edificio, l'efficienza del generatore di calore e l'inerzia termica delle pareti. In linea generale, il concetto di tenere il riscaldamento sempre attivo non significa mantenere 20 gradi fissi per 24 ore, ma piuttosto evitare che la temperatura interna crolli eccessivamente durante le ore di assenza o durante la notte. Quando la temperatura scende sotto una certa soglia, solitamente i 16 gradi, i muri cedono calore all'esterno e diventano freddi. Al momento della riaccensione, la caldaia deve lavorare alla massima potenza per ore solo per riscaldare la massa muraria prima ancora di scaldare l'aria, annullando il risparmio teorico ottenuto durante lo spegnimento.
Per comprendere meglio questa dinamica, dobbiamo guardare a come si comportano le moderne caldaie a condensazione. Questi apparecchi sono progettati per operare con la massima efficienza quando lavorano a carichi parziali e con basse temperature di mandata. Se la caldaia deve fornire un calore costante e moderato per mantenere la temperatura, riesce a sfruttare il calore latente dei fumi di scarico, riducendo drasticamente il consumo di gas. Al contrario, uno spegnimento prolungato costringe il sistema a una fase di spunto energivora, durante la quale l'acqua deve raggiungere temperature molto elevate, impedendo il fenomeno della condensazione e aumentando di fatto lo spreco energetico. Secondo le rilevazioni tecniche aggiornate al 2026, mantenere una differenza termica contenuta tra le ore di attività e quelle di riposo (non superiore ai 2 o 3 gradi) risulta quasi sempre la strategia vincente negli immobili di classe energetica media o alta.